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Le esperienze di un 'praticante' papà

Una settimana da single – Seconda parte

Ti sono bastate poche ore e qualche telefonata per capire che un po’ di ruggine ha colpito la vita sociale di diversi tuoi amici. In meno di un anno sono cambiate parecchie cose e non necessariamente perché sono arrivati dei figli. A volte basta una fidanzata un po’ troppo gelosa, o una carriera fulminante al lavoro, con conseguente carico di responsabilità e di stanchezza, per allontare le persone e spingerle a indossare le pantofole oltre la soglia di sicurezza.
Anche tu sei stato fuori dal giro per troppo tempo, i locali di quella che consideri la tua ‘ormai tramontata’ giovinezza o sono chiusi, in genere sfrattati da supermecati e discount, o hanno cambiato completamente genere (magari diventando uno streap club). Quelli ancora ‘aperti’ sono generalmente frequentati da ragazzetti di 20 anni che prima ti danno del lei per chiederti se possono prendere una sedia dal tuo tavolo e poi ti guardano storto e sulla loro testa compare immateriale la nuvoletta maligna che senza parole esprime il concetto “Ah nonno, ma che ci fai fuori a quest’ora?”. Va bene, lo ammetti anche a te stesso, non sei più il giaguaro di una volta. Dopo molte insistenze sei riuscito a trascinare un paio di amici in un discopub, quattro chiacchiere (interpretate dal labiale visto che la musica è troppo alta), un paio di birre, occhi stanchi e l’orglioso tentativo di tirare almeno fino all’una, giusto per non andare via proprio quando i giovani arrivano. Poi il rito della pizzetta al solito forno e l’umiliazione di sentirsi dire che è ancora troppo presto. “Ripassate fra due ore, se ce la fate”, esclama beffardo il fornaio mettendo solo la testa fuori dalla porticina del retrobottega.
Il tuo biortimo è completamente cambiato. Se un tempo potevi fare le sei del mattino e poi tornare a casa, farti una doccia e prepararti per andare a lavorare, oggi gli sbadigli arrivano ben prima di mezzanotte e il giorno dopo l’abbiocco postprandiale è assicurato.
Un altro sfizio che vuoi assolutamente toglierti prima che ritorni a casa la famiglia è quello di andare al cinema. E’ un po’ che non metti piede in sala e diciamoci la verità è tutta un’altra cosa. Per quanto possa essere grande il tuo televisore lcd, condividere le emozioni di un film con tanta gente ha sempre avuto su di te un effetto particolare. Sei seduto in poltrona, hai voluto esagerare e per l’occasione ne hai presa una deluxe, bibitone ghiacciato da un lato, secchiello di popcorn maxi dall’altro, alla faccia della dieta. E’ una giornata da festeggiare: è così tanto tempo che non entri in un cinema che hai la sensazione che l’ultima proiezione a cui hai assistito sia stata quella di Sciuscià. Colore, 3D, ti sembrano tutte cose nuove. Esci fuori talmente esaltato che il giorno dopo racconti a tutti, con un entusiasmo da invasato (che nemmeno il primo pubblico dei fratelli Lumière), il film che hai visto.
Poi arriva la telefonata della tua dolce metà che ti ricorda che domani è di nuovo sabato. E’ già passata una settimana. Torni a casa dal lavoro e ti accorgi del disastro. La tua unica vera trasgressione in quei sette giorni da single è stata quella di non fare nessun tipo di attività domestica. L’aspirapolvere ha scioperato per una settimana, la prima nella sua vita. Pavimenti da ufficio di igiene, portabiancheria come vulcani in eruzione, piatti incrostati nel lavandino, patatine incastrate fra i cuscini del divano: questo il quadro generale della mia abitazione. Corro a prendere i guanti, il detersivo e do sfogo alle ultime energie rimaste. Qui c’è da rivoltare una casa. In poche ore deve tornare perfetta e profumata, a prova di luminol: tornare e trovare tutto in disordine per una donna ‘mamma’, è quasi peggio di trovare una donna nuda dentro al letto.

Una settimana da single – Prima parte

Un giorno torni dal lavoro e la tua dolce metà ti guarda con aria contrita: “Senti amore, ti devo dire una cosa e spero non ci rimarrai male…”. Lì per lì pensi ti debba confessare chissà che cosa, forse il tradimento con l’idraulico che la settimana prima ti ha risistemato lo scaldabagno. Tu, dopo una giornata di lavoro, hai già la faccia scura di tuo. L’aria di lei si fa ancora più seria: “Allora, i miei ci regalano la settimana bianca. Ma non so se tu puoi prendere ferie in quel periodo. Sai è per portare il piccolo a respirare un po’ di aria buona. Se io vado con loro ci resti male? Ai nonni farebbe un grande piacere”. Naturalmente la tua espressione è seria e l’aria solenne: “Andate pure tesoro, vi farà bene. Mi spiace non poter venire, ma come potrei dirti di no”. Nella tua mente intanto parte il conto alla rovescia. Vuoi bene a tuo figlio, vuoi bene alla tua compagna, ma una settimana da solo a casa da quanto tempo non ti capitava? Un evento da bagnare con una magnum di champagne. Ti si aprono da subito nuovi orizzonti. Per prima cosa pensi alle ore di sonno perse negli ultimi mesi. Una settimana di dormite decenti e risvegli col sole già alto, soprattutto nel fine settimana, te la sei sognata da troppo tempo. Non esiste la banca del sonno perduto, questo no, ma l’idea di crogiolarsi sotto le coperte ti spalanca da subito un sorriso sul volto.
Il giorno della partenza arriva in fretta. Ovviamente tu ci devi essere. Aiuti a preparare i borsoni e a caricare la macchina diligentemente. Tuo suocero assiste sconsolato a quel mezzo trascoloco: far star tutto nel bagagliaio vale quanto trovare la quadratura del cerchio. Tua suocerà ha capito tutto, ti squadra e poi ti fulmina: “Non ti lamentare, mi sa che qui la vera vacanza te la fai tu. Mi raccomando non metterti troppe camicie in questi giorni. Girocollo, la soluzione sono le magliette a girocollo”.Dopo un’ora di prove, complice il titolo di campione di Tetris ottenuto in terza media, riesci a sistemare tutto e nessuno è costretto a viaggiare sul tetto. A questo punto si accende il motore, la macchina si allontana e prima pensi che ti mancheranno, ma dopo un attimo nella tua testa parte la musica de La Febbre del Sabato sera e sotto forma di apparizione paranormale ti si parano davanti i Bee Gees che ti stendono il tappeto rosso davanti. Sali i gradini delle scale quattro a quattro. Devi correre a casa per organizzare le prossime serate. Come recuperata da un’antica e dimenticata cripta ti ritrovi fra le mani la tua vecchia rubrica telefonica. Togli le ragnatele e cominci a passare in rassegna i nominativi: questo si è sposato, questo si è trasferito, questo non mi parla più per colpa di un post di questo blog, quest’altro ha preso i voti… Ti accorgi in fretta che in pochi mesi di paternità sono cambiate parecchie cose. Ti rendi conto che è un po’ come se tu e il resto del mondo abbiate vissuto su linee temporali alternative. Tu quasi inconsapevolmente hai viaggiato alla velocità della luce per tirare su tuo figlio, ti sembra passato pochissimo tempo, ma tornato sulla ‘Terra’ scopri che tutti sono diventati più vecchi. Continua….

Baby manager e nonni superstar

“Non ti lamentare, se cominci ora che tuo figlio ha pochi mesi, cosa farai fra qualche anno? Guarda che con il passare del tempo aumentano le esigenze, gli impegni. Il mio ha un’agenda che nemmeno un manager”: questo il discorsetto illuminante di un amico con un figlio che va già alle scuole elementari. E io che guardavo come un miraggio il compimento del sesto anno d’età, l’addio dei pannolini prima e quel minimo di indipendenza che ti garantisce quel po’ di respiro quando torni a casa dopo dieci ore di lavoro e cerchi di guardare almeno i titoli del telegiornale delle 20. “Accontentati del televideo, oppure fai come faccio io – mi dice – quando il piccino va in branda mi diventi multitasking: Ipad, smartphone, pc, tv….il segreto è reggere fino alle undici….poi fai quello che vuoi”. Ecco, il segreto è reggere…insomma in poche parole crollare dopo i propri figli. Impresa attualmente non facile per me. Forse è per questo che tante famiglie organizzano per i propri figli estenuanti tour de force nel doposcuola: nuoto lunedì (perché è uno sport completo), calcio il martedì (perché se sei maschio e italiano devi avere un figlio che gioca a calcio…e certamente un giorno militerà in serie A e magari sposerà una velina), mercoledì musica (figliolo: un giorno suonare la chitarra in spiaggia ti sarà utile), giovedì un’arte marziale (perché serve a dare equilibrio), venerdì libero, ma anche no, perché c’è sempre qualche festicciola di compleanno di un compagno di classe. Tutto questo ovviamente si aggiunge ai compiti a casa perché i nostri baby manager sono in competizione praticamente da quando nascono. “Per forza arrivano stremati alla sera – osservi tu impressionato dal tuo amico che ti mostra sul telefono il promemoria digitale con le attività del figlio -. Ma scusa tu come fai con il tuo lavoro? Insomma non deve essere facile stare dietro a tutti questi impegni. Poi anche tua moglie lavora”. Il mio amico mi guarda, sorride beffardo, e mi fa: “Ma per questo ci sono i nonni. Guarda pensano a tutto loro:rimbalzano come palline da un posto all’altro. Non c’è niente di meglio: disponibilità totale e anche se qualche volta si lamentano sono contenti. Non mi dire che tu lo vuoi mandare al nido vostro figlio?”. Tu cerchi di spiegare che non te la senti di impegnare i tuoi genitori full time con un bambino piccolo, che hai piena fiducia in loro e nei tuoi suoceri, ma che pensi che crescere in un ambiente ‘sociale’ come un’asilo possa solo fare bene a tuo figlio. Del resto i nonni i loro figli li hanno già tirati su e ora si meritano di godersi i nipoti senza viverli come un lavoro. Poi certo quando avrai bisogno sai che potrai contare su di loro. Lui ti squadra come se tu fossi uno che sta vaneggiando e ti spiazza: “Ma guarda che la Repubblica Italiana è fondata sui nonni. Già avere un posto all’asilo pubblico è un po’come vincere la lotteria, ma poi gli asili sono chiusi il sabato, la domenica e per le festività…ne riparleremo amico mio…”. E’ evidente: non sono riuscito a convincerlo. Intanto incrocio le dita e spero di vincerla quella benedetta lotteria.

Papà Zen

Racconta il saggio: un giorno il maestro sottopose a una prova due suoi discepoli. Portò loro un martello, un pezzo di legno, uno scalpello e una lima e disse: cari discepoli con questi oggetti che vi ho donato costruite la vostra felicità. I due rivolsero  al maestro uno sguardo perplesso, ma si misero subito al lavoro. Il primo dei discepoli guardava e riguardava con aria interrogativa quelle poche cose sul tavolo. Non sapeva cosa fare, le prendeva in mano, le rigirava, ma non riusciva ad arrivare a nulla. “Ciò che il maestro mi ha dato non è abbastanza nemmeno per costruire uno zoccolo, figuriamoci la felicità”, pensava. Il ragazzo così continuava a lamentarsi del poco che aveva e rivolgeva la sua attenzione alle cose che gli sarebbero servite davvero per completare la difficile missione.
L’altro discepolo intanto non fiatava. Nell’altra stanza lavorava alacremente, senza farsi scoraggiare. Ogni tanto si sentiva un piccolo urlo di dolore perché si era dato una martellata su un dito, ma questo non frenava la sua volontà.
Il giorno dopo il maestro tornò per verificare il lavoro dei due discepoli. Il primo aveva messo sul tavolo gli oggetti che il maestro gli aveva dato tali e quali. Non era riuscito a concludere nulla. Sul tavolo dell’altro, invece, era appoggiato un piccolo flauto intagliato nel legno.
Non era il migliore dei flauti, almeno da un punto di vista estetico, eppure produceva una musica melodiosa. Il maestro guardò il discepolo, gli mise una mano sulla spalla e sorrise. Il giovane aveva capito il senso dell’esercizio che gli era stato affidato. La morale: invece di lamentarci sempre per quello che non abbiamo, impariamo a costruirci la felicità con i pochi mezzi che ci sono stati messi a disposizione. Qualche volta ci taglieremo, o ci daremo una martellata sul dito, altre saremo tanto stanchi, ma se ci metteremo la giusta dedizione porteremo a termine il nostro piccolo progetto di felicità.

Così parlò Papà Zen

Un ‘tranquillo’ week end da papà

Quasi non ci credi. E’ passato poco più di un anno da quando la tua lei ti ha sventolato sotto il naso il test di gravidanza chiamandoti ‘papi’ (ma non nel senso berlusconiano del termine) e ti sembra incredibile che quelle due linee mezze sbiadite si siano trasformate in un bambino cicciotto che si ammazza dalle risate quando gli fai le facce buffe. Una magia che nemmeno il mago Silvan. E’ bello vederlo crescere, anche se con gli orari di lavoro che hai riesci a dedicarti a lui pienamente solo nel week end. Certo qualche momento  provi a trovarlo anche in settimana, ma è sempre tutto di corsa e in genere fai giusto in tempo a sederti sul tappetone per giocare, ma lo fai con le scarpe ai piedi e il giubbotto in mano. Vorresti essere migliore e sai bene che la frase ‘Non è importante quante ore gli dedichi, ma la qualità’ è un po’ una stronzata (volevo scrivere lascia il tempo che trova, ma dire stronzata è più fedele al mio pensiero). Insomma il tempo è fondamentale, soprattutto con un bambino così piccolo che vive di consuetudini e di gesti ripetuti in grado di rassicurarlo.
Non sono un padre perfetto. Ne sono consapevole. Collaboro, ci provo (anche se magari per mia suocera non è mai abbastanza). Mi scapicollo dal lavoro per riuscire a vedere il mio piccolo sveglio e magari per fargli anche il bagnetto. Ma a volte servono imprese da ‘mission impossible’ per riuscirci. A volte dopo tutta la fatica lo trovi già a letto: frustrante come quando sei in fila alla posta e ti chiudono lo sportello davanti quando deve arrivare il tuo turno.
Molto del peso del pupo, a parte rare eccezioni, è sulle spalle della mamma in maternità che nei primi mesi sembra anche un po’ gelosa del rapporto esclusivo che si è instaurato con il bambino. Poi arriva un bel giorno in cui la tua lei ti dice: “Ti ricordi la mia amica…hai presente quella ex collega? Si sposa e le hanno organizzato un addio a nubilato. Mi hanno invitato. Si tratterebbe di stare via un sabato e una domenica. Te la senti?’. Ovviamente la domanda è assolutamente retorica perché è sovrascritta su un pensiero: “Vedi di non dire di no che io me lo spupazzo tutti i giorni a tutte le ore senza tregua, mentre tu hai modo di parlare con adulti andando a lavorare. Per due giorni te la puoi cavare…”. In effetti non ha tutti i torti e in più tu sei uscito pure qualche sera con i tuoi amici: un calcetto, una birretta, una pizza….lei invece non si è mai sentita di lasciare il piccolo nemmeno per un minuto.
“E che sarà mai!”, pensi. Del resto è finita l’epoca dei fine settimana di svacco, quelli che ti facevano dire: “Il bello del lavoro, rispetto allo studio, è che quando arrivi a casa nel week end non ti ritrovi i compiti da fare”. Ora sai che nel fine settimana non puoi staccare. Un concetto difficile da digerire all’inizio, ma che in pochi mesi hai metabolizzato, tanto che il tuo organismo è diventato capace di recuperare energie da ogni angolo del tuo corpo. Però poi ci rifletti, ti giri e ti rigiri nel letto e insomma tutto solo con un neonato, 24 ore su 24. Due giorni di pappe, pannolini, preparazioni notturne del biberon: questa la prospettiva. La tentazione è quella di mettersi in ginocchio e di pregarla di non partire. Ma non te la senti. Questa vacanza la tua lei se la merita tutta… vai cara, parti pure…stai tranquilla, penso a tutto io. Ora devo solo avvisare i nonni che il prossimo week end io e il mio piccino lo passeremo da loro.

Ma comprare una vocale, no?

Lampi dall’infanzia. La mente vola a quando fanciullo giocavo in cortile con gli amici. Vi ricordate un gioco chiamato ‘Palla nome’ o ‘Palla Nome Chiama’? Ci si metteva tutti  in cerchio. Il prescelto lanciava in aria un pallone e contemporaneamente  chiamava un nome.Il chiamato doveva prendere il pallone prima che toccasse terra  altrimenti era fuori. Andrea, Luca, Carlo, Dario, Giacomo…questi i nomi che giravano allora. Certo a qualcuno era toccato il nome dei nonni, ci poteva essere qualche Antonio, magari un Salvatore, o un Giuseppe, forse un Vincenzo. Ma era il massimo dell’esotico negli anni Ottanta, anche se qualcuno giura che in Quartiere da me girassero una Suellen e un Geson (scritti esattamente così). Casì rari e isolati: povere vittime di genitori il cui cervello non aveva retto all’impatto devastante con la tv commerciale. Oggi tutto è cambiato. Certe scelte non sono più considerate patologiche.
Oggi tutto è all’insegna del ‘damolo strano’ (il nome) perché ci si deve distinguere. Le prime avvisaglie le avevo avute già all’ospedale, buttando l’occhio ai cartellini sulle cullette delle vicine di letto della mia dolce metà. La tragica conferma è arrivata ai giardinetti dove gli amichetti di mio figlio si chiamano mediamente Gabriel, Nicolas, Jonathan, Manuel, Micol….pare esista anche un piccolo Bentley, anche se nessuno ha mai avuto il privilegio di vederlo dal vivo. Ecco i nomi preferiti dagli italiani nel 2000 e spiccioli. Ci fosse la Ruota della Fortuna, cari amici, vi direi: ma non potevate comprarvi una vocale!?

Siamo tutti maestri

Se c’è una cosa che uno non sopporta quando diventa genitore è l’eccessivo numero di consigli che arrivano, non richiesti, da ogni direzione. Nonni, fratelli, amici, conoscenti, passanti. Mancano solo i suggerimenti dei cani e dei gatti: ma solo perché non sanno parlare (anche se qualcuno troverà discutibile questa mia ultima affermazione).
Maternità e paternità non hanno bisogno di studio, almeno non ufficialmente (anche se c’è chi passa i nove mesi di gravidanza a formarsi sui libri e ad ascoltare i consigli degli esperti). Non esiste una laurea, o un master e nemmeno uno straccio di certificazione: forse è per questo che tutti si sentono in brevissimo tempo dei professori. Tutti, compresi noi.
Il fatto è che nonostante i buoni propositi, bastano pochi mesi con un pupo in casa per ricadere nello stesso errore: due pannolini cambiati in carriera e già ci sentiamo degli oracoli in materia di infanzia. Senza nemmeno rendercene conto veniamo posseduti dallo spirito della maestrina dalla penna rossa e diventiamo a nostra volta insopportabili ‘consiglieri’. Il nostro cucciolo non ha nemmeno un dente e ci atteggiamo. Dal nostro piedistallo bacchettiamo a destra e a sinistra: quello è troppo indulgente di fronte ai capricci del figlio, quell’altro ha sbagliato tutto con la nanna, per non parlare degli altri amici che non hanno ancora capito come funziona lo svezzamento. E questo atteggiamento supponente può arrivare anche alla lesa maestà: critiche alla pediatra (che non sa fare il suo lavoro) e addirittura ai nonni (che bene o male hanno tirato su una caterva di figli tutti sani e belli). Non so quale ormone venga sprigionato dal nostro organismo con la paternità, ma deve avere effetti sulla memoria, visto che in automatico sembriamo dimenticare come eravamo prima. Quando incroci persone senza figli ti sembra ridicolo che non sappiano quali sono i tempi di un neonato: quando inzia la dentizione, quando comincia a camminare, a mangiare i cibi solidi, i primi passi, le prime paroline e l’addio al pannolino. Eppure anche tu, solo qualche mese fa, potevi benissimo confondere un bambino di un anno con uno di tre. Non eri in grado di cogliere la minima differenza. Ma ora che hai cancellato il te di prima, quelle domande ti sembrano scontate e addirittura stupide. Sì, anche tu, papà autodidatta dichiarato, devi prenderne atto sei diventato tuo malgrado un ‘maestro’: una slot machine che dispensa consigli non richiesti. E si vince sempre…purtroppo.

 

Scuole di pensiero

Partiamo da un assunto inconfutabile: non esiste un modo universalmente valido per tirare su i figli e chi lo pensa merita di essere considerato un fanatico integralista. Non esistono libri miracolosi, pozioni magiche e nemmeno preghiere, o riti propiziatori. Ci sono solo alcuni principi utili alla sopravvivenza (del genitore, perché il bambino se la cava bene malgrado noi) e regole da rispettare, tenendo conto però che qualche volta la cosa più giusta sarà proprio infrangerle. Da padre, confrontandomi con gli altri genitori (la frequentazione dei giardinetti per questo è meglio della Scuola di Atene), sono riuscito a individuare due scuole di pensiero i ‘Genitori strong’ da una parte, quelli per il bambino ‘che non deve chiedere mai’, e i ‘Genitori Budino’ sempre timorosi di traumatizzare il piccino con un rifiuto. Mi sono immaginato qui uno scontro dialettico fra la prima e la seconda categoria. A voi il compito di scegliere il ‘vostro’ vincitore della partita.
IL LETTINO NELLA SUA CAMERETTA
Strong: Noi per comodità lo abbiamo tenuto nella nostra camera per il periodo dell’allattamento. Però ora dorme nella sua stanzetta. Meglio per lui che non è disturbato, ma anche per noi che finalmente stiamo recuperando la nostra intimità.
Budini: No! Ma come fai a metterlo in camera da solo. Poverino, ha solo due anni. Si sveglia ancora tante volte di notte, ha bisogno della nostra presenza (e pensiero sottinteso: magari potesse restare a dormire con noi fino al compimento del 18esimo anno d’età)
IL LETTONE
Strong: Nel lettone? No, meglio di no. Lo dicono tutti i libri che non si fa. Noi a piccole dosi, giusto se sta male, o magari al mattino per cercare di strappare qualche ora di sonno in più.
Budini: Ma come si fa a dire di no? Quando il piccino si sveglia alle 4 di notte e ti chiede di venire nel lettino. Si vede che ha bisogno del nostro calore.
LA NANNA
Strong: Noi abbiamo optato per il metodo ‘Fate la nanna’. Lo lasci piangere, vedrai che prima o poi crolla e alla fine si abitua (pensiero sottinteso: però in alcuni momenti mi sono proprio sentito una merdaccia…e poi i vicini di casa saranno d’accordo)
Budini: Ma che ne può sapere un libro dei bisogni della mia bambina? Ognuno è fatto a modo suo. Lei ha bisogno che le legga tutta la raccolta delle favole dei fratelli Grimm, mentre le tengo la manima. E’ bellissimo perché poi crollo anche io e dormiamo insieme.
RISVEGLI NOTTURNI
Strong: Una volta va bene. Ma non può avere sete trenta volte per notte. Non ha fatto la traversata del deserto e non ha nemmeno mangiato la soppressata calabrese. E’ solo un modo per attirare l’attenzione. Dopo un po’ lasciamo che pianga, tanto poi passa…
Budini: Vedete che facciamo bene a tenerlo in stanza con noi? E’ molto più pratico. Dai, come si fa a lasciarli piangere…quando lo sentiamo urlare a squarciagola ci vengono i brividi
ASILO
Strong: Noi per necessità lo abbiamo dovuto mandare all’asilo presto. Meglio dei nonni, almeno si abitua a stare con gli altri bambini e capisce da subito che la vita è una battaglia continua
Budini: Ma state scherdando? Molto meglio i nonni. E’ poi hai visto che morso ha sul braccio tuo figlio? No, no… non è pronto (pensiero: se potessi prenderei un precettore privato anche per le scuole elementari)
SALUTE
Strong: Non drammatizziamo, un po’ di tachipirinae passa tutto. Scherzi a parte è normale per i bambini piccoli ammalarsi spesso, ma nel 90% dei casi non è nulla di grave
Budini: Noi abbiamo caricato sul cellulare la app che localizza il pronto soccorso più vicino
ALIMENTAZIONE
Strong: Nostro figlio mangia tutto. Lo abbiamo abituato che o mangi la minestra o salti la finestra
Budini: Come vi invidio (sul fronte alimentare il genitore Budino spesso ammette di essere in torto in modo spontaneo). Al mio devo preparare due primi, tre secondi e quattro contorni. Finisce che lo devo inseguire con il piatto in giro per casa…
TV
Strong: La guarda, ma a piccole dosi
Budino: Per noi è l’unico modo per farlo stare buono. Lo piazzi lì….e finalmente puoi respirare.
E la sfida potrebbe continuare all’infinito!

Gruppi di autocoscienza per giovani genitori

Pausa pranzo. Mettete tre o quattro colleghi con figli da 0 a 14 anni che si ritrovano intorno a un tavolo per mangiare un boccone e statene certi sarà naturale dar vita a un gruppo spontaneo di autocoscienza per genitori. Se con lo scoccare dell’adolescenza si perde un po’ il gusto di parlare di figli silenzioni e problematici, nei primi anni di vita dei piccini è tutto un fiorire di aneddoti spassosi, ma anche di momenti di confronto. C’è la collega che ti mostra i filmati dei bambini sullo smarphone di ultima generazione e su una scheda sd da 8 giga ha un archivio da far impallidire l’Istituto Luce, c’è il maschio affaticato e imbolsito che rimpiange gli aperitivi della gioventù e si lamenta della suocera, c’è la giovane mamma insicura che tempesta di domande chi è già al secondo figlio (vale un master), c’è quell’altro che ha messo su addirittura un blog per raccontare la sua esperienza (ma che vuoi che gliene freghi agli altri!). e l’altro collega che si atteggia a guru dell’infanzia. Perché purtroppo è vero: dopo sei mesi da genitore un po’ tutti abbiamo la tentazione di dare lezioni agli altri, pensando di aver scoperto la formula magica per essere il padre o la madre ideale. Mettiamo sul tavolo le letture che abbiamo fatto, che siano giornali o libri dedicati ai pargoli, i consigli dei nonni (ma attenzione quelli dei suoceri finiamo sempre per usarli per fare esempi in negativo), e a volte, come fossero parabole, raccontiamo le vicende di amici (che comunque restano protetti da un rigoroso anonimato) che vivono il ruolo di genitore in modo un po’ ‘estremo’ e con risultati poco lusinghieri.
Ristorante, trattorie, self service, schiscetta: la trama è sempre la stessa. Si cerca di partire bene: parliamo di viaggi intergalattici, di cucina etnica, di quel bel programma che abbiamo visto la sera prima e che ci ha fatto schiattare dalle risate. Ma alla fin fine il discorso deraglia sempre sui piccini. Sul più bello qualcuno parla del figlio febbricitante e dei suoi problemi gastrointestinali. Da lì riparte tutto. Poppate, pannolini, pappe, educazione, maleducazione, asili, stanchezza cronica…e dopo un po’ vedete che quei colleghi che di figli non ne hanno, pur presenti in corpo, con la mente cercano di evadere verso paradisi lontani. Qualche giovane rampante che aveva pensato fosse venuta l’ora di metter su famiglia dopo essere stato esposto a questi discorsi per troppo tempo decide addirittura di tornare single e cambiare vita. Tu, neopapà in preda all’entusiasmo, non ricordi più di quando eri al loro posto, quando i bambini erano solo quelli degli altri, o al massimo un progetto indefinito, e un discorso del genere, tutto pipì e pupù, lo avresti retto al massimo per cinque minuti. Invece hai rimosso e fai fatica a immaginarti tutto quello che eri prima. Però una cosa io non l’ho scordata: allora pensavo che una pausa pranzo di un’ora fosse un po’ troppo lunga.

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